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venerdì 29 marzo 2013

Storia di un manicomio, il Santa Maria della Pietà


Sicuramente il miglior modo per capire cosa sia stato il manicomio è quello di descriverlo, lasciando parlare fatti e protagonisti di quegli anni. Abbiamo deciso di fare riferimento all’ospedale psichiatrico provinciale del Santa Maria della Pietà di Roma, definito il manicomio modello d’Europa; e, difatti, modello è stato.I lavori per la costruzione dell’impianto vengono iniziati nel 1909 e vedono il termine nel luglio del 1913 con l’ingresso dei primi ricoverati, mentre l’inaugurazione alla presenza di Vittorio Emanuele III risale al Maggio del ’14.Il Santa Maria Della Pietà rispetta in pieno i canoni previsti dalla legge Giolitti, incominciando dalla funzione di allontanamento dei matti dalla città. La scelta della collocazione nella località di Monte Mario non è casuale; allora Roma si estendeva fino a Piazzale degli eroi, in San Pietro. Il complesso viene perciò costruito in un area completamente deserta collegata con il resto della città da una sola linea tranviaria, creata appositamente: la linea 37. L’intero complesso viene costruito con lo spirito del manicomio-villaggio, dentro un parco di alberi ad alto fusto disseminato di siepi e giardini, dietro ai quali spesso sono nascoste le reti di recinzione dei padiglioni, quasi a non voler infastidire l’armonia e la bellezza dell’insieme. La struttura prevede un asse centrale sul quale sono allineati gli edifici dei servizi generali (direzione, chiesa, cucina, dispensa, lavanderia ecc.) che divide il manicomio in due aree, quella maschile, a destra per chi entra dall’ingresso principale, con numerazione pari dei padiglioni, e quella femminile a sinistra, con numerazione dispari. La via principale è costituita da un grande viale circolare concentrico nell’asse attrezzato che, insieme ad altre stradine, per uno sviluppo complessivo di circa sette chilometri, consente di raggiungere facilmente tutti i padiglioni di degenza sparsi attorno.Il progetto iniziale era stimato per accogliere circa 1059 ricoverati che nel corso degli anni, per il consueto sovraffollamento delle corsie, altra caratteristica condivisa con tutti i manicomi, sono arrivati quasi a triplicarsi.L’iter “da persona a matto” aveva inizio con un certificato medico che accertasse la malattia, attraverso una frase ben definita “pericoloso per sé e per gli altri o di pubblico scandalo”. Il paziente in questione veniva ricoverato alla clinica neuropsichiatrica del Policlinico Umberto I, in cui era prevista un’osservazione di un mese terminata la quale o si avrà la dismissione per “non constatata malattia mentale”, o, altrimenti l’internamento in manicomio. Questo comportava l’immediata perdita dei diritti civili e l’iscrizione nel casellario giudiziario: sulla fedina penale rimarrà a vita la dicitura “malato di mente”. Tutto il lavoro è rigidamente programmato: al paziente viene fatto subito il bagno di pulizia, viene spogliato degli abiti e degli effetti personali che saranno poi consegnati alla “Fagotteria”. Alla persona viene tolto tutto, compresi soldi, orologi, catenine, occhiali e persino le foto di famiglia, perché, come prevede il regolamento, il paziente non può, nel suo periodo di internamento, avere nulla di suo. Con la scusa della pericolosità di eventuali oggetti personali viene messo in atto un meccanismo di “spersonalizzazione” e di “omogeneizzazione” tipico di tutte le istituzioni totali. Successivamente gli verrà fornita la divisa istituzionale e sarà smistato nel padiglione assegnato. La divisione dei padiglioni al Santa Maria della Pietà, come in molti manicomi, non avviene per patologia bensì per comportamento. Non sono previsti padiglioni per schizofrenici, depressi, eccetera ma c’è il padiglione degli agitati, quello dei pericolosi, quello dei sudici, quello dei criminali, dei tranquilli, ecc. L’ambiente interno è composto da un salone di sorveglianza, un enorme ambiente vuoto ad eccezione di panche e tavoli, che funge sia da luogo per i pasti che da sala “ricreativa”, anche se la parola ricreativa può ingannare in quanto le persone non erano impegnate in nessuna attività, le tracce del percorso ossessivo dei “pazienti-passeggiatori” che si trovano sui pavimenti rendono chiaro quale fosse l’utilità di questo spazio. Spesso, inoltre, questi saloni sono affollati all’inverosimile: uno spazio costruito per non più di una quindicina di persone arriva ad ospitarne fino a cinquantaIl resto del padiglione è composto dalle corsie di degenza e dalle stanze di isolamento dove i pazienti “più agitati” vengono contenuti per mezzo delle camicie di forza e delle fasce di contenzione. Questi sono i principali mezzi di repressione usati nei manicomi. I pazienti vengono legati al letto o addirittura immobilizzati tramite fasce cucite intorno ai polsi, alle caviglie e, se necessario, anche al tronco rendendo impossibile persino il sollevarsi a sedere sul letto. Gli arredamenti sono spogli e poco curati, tutta l’attenzione é infatti rivolta a far si che non ci fossero oggetti pericolosi, appuntiti o spigolosi da poter essere utilizzati per nuocere a sé o agli altri. Altra importante preoccupazione destano le possibili fughe dei pazienti che rappresentano forse il più grosso smacco per l’istituzione. Le finestre, protette esternamente da grate, sono in ferro con vetri piccoli intercalati da sbarre in ferro e per maggior sicurezza non hanno maniglie ma si aprono con una chiave in dotazione al personale del manicomio: anche respirare un po’ d’aria richiede l’approvazione istituzionale. Si può ben capire perciò cosa significasse per il manicomio l’eventuale fuga di un paziente segregato tra sbarre e reti, completamente spogliato di tutto e osservato 24 ore su 24. Anche l’igiene non merita particolare attenzione dal momento che molti ambienti sono degradati e sporchi, i muri e gli infissi scrostati non vengono tinteggiati per anni. I bagni sono in pessime condizioni: tazze e lavabi saccheggiati in più punti, in qualche caso taglienti e pericolosi. Per la maggior parte della giornata i bagni, soprattutto quelli delle sorveglianze, sono sporchi, con sterco e urina sui pavimenti “…la pulizia del pavimento viene fatto due volte al giorno e in questa circostanza il quadro che si presenta è singolare, non potendo i pazienti uscire da lì. Gli infermieri con la loro autorità li obbligano a sedersi sulle panche o sui tavoli, mentre due pazienti lavoratori ramazzano il pavimento e tutti osservano la scena. Poi si fa il tifo perché il pavimento si asciughi presto e ognuno possa ritornare alle abituali attività: i pazienti ai loro percorsi obbligati, gli infermieri al tavolo dei guardiani”. (“Scene da un manicomio”; Tagliacozzi, Pallotta)Nei periodi estivi era inoltre prevista un’area di sorveglianza esterna, recintata per tutto il perimetro, dove i pazienti potevano “continuare a non far niente” sotto stretta sorveglianza. Per i più “fortunati” c’è, invece, l’attività lavorativa. Il Santa Maria della Pietà è, infatti, una struttura pienamente autosufficiente dove si coltiva la terra, si alleva il bestiame e si produce tutto il necessario al fabbisogno quotidiano: scarpe, vestiti, cinture, lacci, coperte, ecc. All’interno di questi luoghi lavorano i “matti”, anche se parlare di lavoro è improprio, poiché la paga prevista è, negli anni ’60, di circa 3000 lire al mese (la paga di un infermiere in quello stesso periodo è di 50.000 lire), che per di più non vengono date ai pazienti ma sono per loro gestiti dalle suore, non potendo i primi avere nessun oggetto personale a disposizione. Questo lavoro, che la pretesa scientifica della psichiatria chiamerà ergoterapia, crea due enormi contraddizioni. Come infatti giustificare il fatto che persone allontanate dalla società in quanto pericolose e quindi improduttive siano invece in grado di lavorare, ed essere produttive, all’interno del manicomio? Come giustificare inoltre che la cautela del manicomio verso tutto ciò che può essere pericoloso fornisca nello stesso tempo strumenti altamente contundenti come forconi, pale, zappe, falci, forbici o martelli? Va inoltre osservato che, una volta dismessi i panni da lavoro, queste stesse persone abituate a maneggiare vere e proprie armi tornino ad essere sottoposte, all’interno dei padiglioni, alle stesse regole degli altri internati che prevedono, ad esempio, che si debba mangiare con il solo cucchiaio: forchetta e coltello? Troppo pericolosi!!!Tutto viene scandito, calcolato, predisposto per trasformare il “folle” in ciò che l’istituzione vuole che sia: un docile paziente.Anche i ruoli all’interno del manicomio sono rigidi e ben definiti da una gerarchia di potere che dal direttore dell’istituto, massima e incontrastata autorità, passa attraverso i medici e le suore, per arrivare agli infermieri ed ai pazienti, ultimo anello di una catena che mentre definisce le rispettive competenze e i diversi doveri non si preoccupa minimamente di creare quelle condizioni che potrebbero favorire la terapia. Ogni anello infatti controlla quello inferiore e viene a sua volta controllato da quello superiore, impedendo ogni comunicazione tra le diverse parti. Medici e infermieri si incontrano solo di sfuggita tra i viali del parco, ed il rapporto medico-paziente è pressoché nullo. Tutto ciò non crea di certo un clima disteso volto alla collaborazione ma finisce con l’instaurare una logica del controllo totale, come sul corpo (basta pensare al fatto che qualunque patologia organica veniva curata all’interno del manicomio, anche per gli infermieri era prevista una sala di degenza in caso di malattia), così sulla mente. Gli infermieri, loro malgrado, sono i gestori materiali di un’istituzione segregante, spersonalizzante e violenta, e dall’altra i diretti referenti per i pazienti, che li identificano come aguzzini per le angherie che sono costretti a subire. Difficilmente si identifica come responsabile di tale situazione il medico, che nella realtà invece prescrive la terapia farmacologica, l’utilizzo delle fasce di contenzione e avalla la segregazione “…il lavoro dell’infermiere è molto difficile e si mettono in moto meccanismi spontanei di autodifesa psicologica. Si instaura un adeguamento alle regole e, com’è naturale in queste situazioni si viene inglobati dai meccanismi istituzionali senza rendersene conto, divenendo allo stesso tempo strumento e vittima della repressione manicomiale” (idem).Che il manicomio non sia un luogo di cura ma un’istituzione di segregazione e controllo della malattia mentale viene sancito, a monte, dalla stessa legge Giolitti attraverso un perverso meccanismo di “dismissione” dei malati. Dopo l’internamento, il testo di legge consente due possibilità per tornare liberi: l’articolo 64, «dismissione per guarigione clinica», certificata dallo psichiatra; e l’articolo 66, «dismissione in esperimento», che prevede la firma di un parente per presa responsabilità verso il paziente. Il meccanismo è perverso poiché nel caso dell’articolo 64 il presupposto di pericolosità che si porta dietro qualsiasi malato di mente unita alla scarsa assunzione di responsabilità di alcuni psichiatri (chi apporrebbe la propria firma a garanzia della guarigione/non pericolosità di un paziente psichiatrico?), fanno si che questo tipo di dimissione venga poco usato; l’articolo 66 era invece inutile nei casi di orfani o persone abbandonate, oppure quando erano in ballo questioni di interesse economico o contrasti familiari, dove non c’era nessun parente che fosse disposto a firmare il certificato di dimissione. A causa di questi motivi il paziente era spesso condannato a restare in manicomio definitivamente; caso che si verificava molto spesso anche per bambini entrati nell’istituto a seguito di episodi molto banali ma che poi non ne uscivano più.Perfetto nella sua organizzazione, il Santa Maria della Pietà doveva apparire, visto dall’esterno, nella miglior veste possibile. Strutture murarie imponenti e ben curate, rigorosamente suddivise e separate; un bellissimo parco arricchito da piante persino uniche in Italia, ambienti riscaldati e puliti, tempi perfettamente scanditi e rigorosamente rispettati che dovevano rispecchiare la presunta perfezione scientifica della psichiatria.Solo dall’interno era possibile, ad un occhio attento e critico, quali profonde contraddizioni si celassero dietro una spesa cortina di fumo. Uno sguardo che fortunatamente alcuni infermieri e medici decisero di assumere come punto fermo di una battaglia che negli anni ’70 portò all’abbattimento delle reti di recinzione di un reparto e finì col rovesciare l’intero potere all’interno del manicomio. La chiusura ufficiale avviene tuttavia solo nel 1999 a testimonianza del difficile percorso che, nonostante le resistenze sia dei medici che della pubblica amministrazione, si è dovuto attuare per riuscire a far emergere l’inefficienza e le contraddizioni dell’istituzione manicomiale.

http://www.psicollettivo.org/index.php?option=com_content&task=view&id=83&Itemid=9

venerdì 16 luglio 2010

Il lager dei detenuti psichiatrici

Barcellona Pozzo di Gotto:

legati ai letti e sedati, la struttura ferma all'Ottocento

FABIO ALBANESE La stampa .it

BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

A vederlo da fuori, con la sua struttura liberty di inizio Novecento, non sembra quella specie di lager che invece descrive la Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Eppure, l’ospedale psichiatrico giudiziario (opg) di Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, uno dei sei presenti in Italia, ha conosciuto momenti migliori e anzi per molti anni è stato punto di riferimento tra quelli che una volta si chiamavano manicomi giudiziari.

Ieri il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare, in una conferezna stampa tenuta a Roma ha detto che a Barcellona c’è la situazione peggiore: «Lì i detenuti vengono tenuti legati ai letti, con un buco per la caduta degli escrementi, le celle sono luride e affollate, gli internati sono seminudi e sudati a causa della temperatura torrida, sotto effetto di psicofarmaci, i servizi igienici sono indescrivibili, ci sono contenzioni in atto adottate con metodiche inaccettabili e non refertate». Un lungo elenco di «scene ottocentesche», come le ha definite Marino, che il direttore della struttura, Nunziante Rosanìa, conosce bene e che lui stesso si era premurato di mostrare alla commissione, l’11 giugno scorso: «Ci hanno chiesto di vedere la sezione peggiore, quella che aveva più problemi e quella, la numero 2, abbiamo loro mostrato - dice - ma tutta la struttura è ormai al collasso, abbiamo 340-350 ricoverati contro i 180 che può contenere, nelle stanze stanno in otto, nove, quando dovrebbero essere solo in quattro, il personale non è sufficiente, come i budget a disposizione per le terapie, dimezzato negli ultimi sette anni».

La struttura di Barcellona, che risale al 1925, la prima in Italia, ospita detenuti con problemi psichici che arrivano da tutta la Sicilia e dalla Calabria. «Ma a differenza delle altre strutture, noi siamo rimasti in mezzo al guado - dice Rosanìa - perché non è stato ancora recepito dalla Regione Siciliana il decreto della Presidenza del Consiglio del 2008 con cui la gestione di queste strutture deve passare dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Dunque, apparteniamo ancora al pianeta carceri e soffriamo di tutte le carenze e le difficoltà che ci sono oggi nelle carceri italiane, con in più la particolarità di essere una struttura che deve seguire i reclusi anche e soprattutto dal punto di vista sanitario. Purtroppo non abbiamo ancora un’organizzazione ospedaliera ma penitenziaria».

La sezione 2, quella visitata dal senatore Marino e dagli altri commissari, secondo quanto ha rivelato lo stesso direttore Rosanìa, sta per essere chiusa: «D’intesa con l’amministrazione penitenziaria abbiamo avviato già da mesi il piano per la completa ristrutturazione - chiarisce - al suo posto utilizzeremo una sezione che era destinata alla donne ma che non è mai entrata in funzione. D’altronde, la vicenda di Barcellona è contemplata all’interno del piano carceri varato dal governo e speriamo che nei prossimi mesi la situazione migliori».

Restano quei letti di contenzione che fanno pensare ai manicomi pre riforma Basaglia. A Barcellona la commissione presieduta da Marino ha trovato un detenuto legato ad uno di questi letti, peraltro arrugginito: «Era scarsamente sedato - ha raccontato il senatore Michele Saccomanno agli altri commissari, dopo l’ispezione compiuta assieme ai carabinieri del Nas - perché in grado di rispondere, coperto da un lenzuolo ma completamente nudo, con polsi e caviglie strettamente legati agli assi metallici del letto».

«Quei letti ci sono in tutte le strutture psichiatriche - spiega Rosanìa - e non solo negli opg; qui quando arrivai, alla fine degli anni ’80, ce n’erano ventiquattro, ora ce ne sono soltanto due. Ma bisogna rendersi conto che si tratta comunque di atti medici che rientrano nei cosiddetti trattamenti sanitari obbligatori. Solo che per gestirli al meglio occorrerebbero strutture piccole affidate a personale altamente qualificato».

Il problema del sovraffollamento si è aggravato da quando a Barcellona Pozzo di Gotto sono arrivati detenuti di altri ospedali psichiatrici giudiziari, trasferiti perché lì si stanno facendo lavori di ristrutturazione. «Il problema è strettamente di natura politica -avverte il direttore dell’opg di Barcellona- altre commissioni sono venute in passato, abbiamo più volte denunciato problemi e carenze. E questa è oggi la situazione».

giovedì 15 luglio 2010

ITALIA. Indagine sull’alcol

ILSOLE24ORE.COM

di Claudio Tucci

3 MARZO 2010

Un italiano su 10 esagera nel consumo di alcol e sono oltre 9 milioni (il 15,9% della popolazione) i bevitori "a rischio". Il primo "bicchierino" si manda giù prestissimo, a poco più di 12 anni, contro una media europea, di 14,6 anni e il 17,6% di ragazzi, tra gli 11 e i 15 anni, circa mezzo milione, consuma abitualmente bevande alcoliche, in un'età al di sotto di quella legale e per la quale il consumo consigliato di alcol è pari a zero. A finire sotto accusa sono soprattutto le nuove mode del bere, importate dall'estero, come il binge drinking, consumi occasionali di alcol ad alta intensità, che interessa un italiano su 3, almeno una volta a settimana. È questa la fotografia sul consumo di alcol nel Belpaese, scattata dal ministero della Salute, nella sua relazione annuale, relativa al 2007-2008, trasmessa ai presidenti di Camera e Senato, a metà gennaio. «La bassa età del primo contatto con le bevande alcoliche - ha sottolineato il ministro della Salute Ferruccio Fazio - è l'aspetto di maggiore debolezza del nostro Paese nel confronto con l'Europa e su cui bisogna agire subito e in fretta, soprattutto in termini di prevenzione».

Rispetto ad altri Paesi, evidenzia la relazione, l'Italia presenta una minore prevalenza di consumatori di bevande alcoliche e una minore diffusione del binge drinking. Tuttavia, fra coloro che consumano alcol, ben il 26% lo fa quotidianamente (il doppio della media europea), il 14% lo fa da 4 a 5 volte a settimana (valore più alto in Europa) e il 34% pratica il binge drinking almeno una volta a settimana (contro il 28% della media europea). Cresce poi nel tempo la prevalenza delle donne consumatrici e nei ricoveri ospedalieri risulta in aumento la percentuale di diagnosi ospedaliere per cirrosi epatica alcolica in rapporto alle altre diagnosi (+ 6,5 punti percentuali dal 2000 al 2006). Nel 2008, si sono contati inoltre circa 60mila alcol-dipendenti, con una spesa complessiva (convenzionata e non) pari a circa 4,4 milioni, più o meno in linea con quella sostenuta nel 2007.

Lo studio focalizza poi l'attenzione sui giovani. A rischio è soprattutto il consumo di alcol fuori pasto, che ha riguardato, nel 2008, il 31,7% dei maschi e il 21,3% delle femmine di età compresa fra gli 11 e i 24 anni. Nella stessa fascia di età, il 13,2% dei maschi e il 4,4% delle femmine ha praticato il binge drinking. Spicca poi come tra i 14 e i 17 anni la "bevuta fuori pasto" abbia conosciuto, dal 1995 al 2008, un vero e proprio boom, passando dal 12,9 al 22,7% tra i maschi e addirittura dal 6 al 14,4% tra le femmine. E i giovani al di sotto dei 30 anni rappresentano ormai il 10% degli utenti in trattamento nei servizi alcologici territoriali del Ssn. Dati che si riflettono sui numeri (tragici) degli incidenti stradali: 29.672 feriti di 30-34 anni e 432 morti di 25-29 anni nel 2007, e l'ebbrezza da alcol ha rappresentato, sempre nel 2007, il 2,09 % del totale di tutte le cause di incidente stradale rilevate.

Il problema, ha spiegato al Sole24Ore.com, Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol dell'Istituto superiore di sanità, è che ormai l'alcol per i ragazzi è diventato una sorta di "lubrificante sociale", nonostante studi scientifici internazionali, lo annoverino tra le cinque sostanze più dannose per l'organismo, al pari di droga e oppiacei. Scafato punta il dito soprattutto sull'eccessiva "disponibilità" dei prodotti alcolici, causati anche da politiche di marketing sfrenato. Una realtà fotografata dalla sproporzione negli investimenti in prevenzione e salute. «In Italia - ha ricordato - vengono spesi ben 169 milioni per pubblicizzare prodotti legati al bere e appena un milione (lo stanziamento previsto dalla legge 125 del 2001, ndr) per la prevenzione dei rischi legati all'alcol».

mercoledì 22 ottobre 2008

In piedi

Oltre 116 milioni di persone in piedi nel mondo contro poverta'
Mobilitazione ha coinvolto 2% della popolazione, in 131 Paesi
Roma, 22 ott. (Apcom) - Sono state 116.993.629 le persone che si sono alzate in piedi lo scorso fine settimana contro la povertà, a sostegno della campagna per gli Obiettivi del Millennio 'Stand Up! Take Action!'. "Un livello di partecipazione incredibile - ha commentato il coordinatore della campagna di mobilitazione, Ben Margolis, nella conferenza stampa tenuta oggi a Roma - per chiedere ai governi mondiali di ascoltare quanti chiedono interventi chiari ed efficaci contro la povertà".
La mobilitazione ha riguardato il 2% della popolazione mondiale e si è svolta in 131 Paesi. In Africa si sono alzati in piedi oltre 24 milioni di persone, negli Stati arabi oltre 17 milioni, in Asia più di 73 milioni, in Europa 951.788, di cui oltre 406.000 in Italia, in America Latina 211.250, nel Nord America 123.920, infine in Oceania 210.803. Una mobilitazione che ha unito il Nord e il Sud del mondo, ha coinvolti tutta la società civili, ma che ha visto in prima linea soprattutto i giovani.
L'opinione pubblica ha sfidato non solo i governi, ma anche le strategie di intervento adottate finora. A finire sotto accusa soprattutto il consesso degli Otto Paesi più industrializzati del mondo, il G8, che ha "una storia di promesse non mantenute", ha denunciato il rappresentante di Oxfam International in Giappone, Takumu Yamada. "Se il G8 non riesce a fornire soluzioni efficaci alle crisi del mondo, qual'è allora la sua ragione di esistere? - ha chiesto Yamada - l'unico modo che il G8 ha a disposizione per dimostrare l'utilità della propria esistenza è quello di contribuire a creare un mondo più giusto, in cui siano garantiti anche ai Paesi più poveri accesso alla scuola, alla sanità e sicurezza. E' tempo di parlare di stanziare più soldi, non meno, soprattutto con l'attuale crisi dei mercati finanziari".

mercoledì 15 ottobre 2008

Povertà

CARITAS, CRESCE FENOMENO. A RISCHIO 15 MILIONI DI ITALIANI
(ASCA) - Roma, 15 ott - Da decenni il fenomeno poverta' e' in stallo a causa di risorse limitate o male utilizzate. E' la denuncia contenuta nel Rapporto 2008 sulla poverta' e l'esclusione sociale in Italia presentato oggi da Caritas italiana e fondazione Zancan di Padova. Il 13% della popolazione italiana e' povero, ovvero costretto a sopravvivere con meno di meta' del reddito medio italiano circa 500 euro al mese; ma soprattutto, segnala la Caritas, i ''quasi poveri'', cioe' le persone appena al di sopra della soglia di poverta' sono il 20% della popolazione, ossia circa 15 milioni di italiani. Si tratta di una delle piu' alte percentuali di popolazioni a rischio poverta' in Europa. Ma il rapporto Caritas denuncia anche che i soldi che l'Italia spende per la lotta alla poverta' vengono spesi male: ''L'Italia, dopo la Grecia, e' il paese in cui i trasferimenti sociali hanno il minor impatto nel ridurre la poverta'''. Solo il 4% dei poveri ne trae beneficio sostanziale, mentre in altri paesi europei dalla Svezia all'Olanda alla Germania gli interventi dello Stato riescono a ridurre del 50% il rischio poverta'.

martedì 23 settembre 2008

Una strategia contro la delinquenza giovanile

Parlamento europeo
Testo della Risoluzione
Allarmato dall'aumento della violenza giovanile, in particolare nelle scuole, il Parlamento sollecita la definizione di una strategia integrata a livello nazionale e europeo, che combini prevenzione, misure giudiziarie e extragiudiziarie e inclusione sociale. Sottolineando il ruolo della famiglia, della scuola e dei mezzi di comunicazione, chiede di agire sulle cause della delinquenza (disagio sociale, droga e mass media), ma insiste sulla necessità di limitare il ricorso a pene detentive.Chiede poi agli Stati membri di ricorrere ai programmi europei esistenti e di adottare norme minime europee e sottolinea l'esigenza di creare una rete tra tutte le autorità e di polizia a livello nazionale e comunitario che tratti dei casi di bambini scomparsi. Sollecita inoltre l'istituzione di un numero verde per giovani con problemi e la definizione di un programma quadro comunitario.Approvando con 440 voti favorevoli, 64 contrari e 71 astensioni la relazione di Katerina BATZELI (PSE, EL), il Parlamento europeo nota anzitutto che la delinquenza giovanile rappresenta di per sé un problema più pericoloso rispetto alla criminalità adulta, poiché interessa una parte della popolazione particolarmente vulnerabile ed espone molto presto i giovani al rischio di esclusione e di stigmatizzazione sociale. I deputati sottolineano poi che la delinquenza giovanile è aumentata in modo allarmante e la questione diventa preoccupante per via delle considerevoli proporzioni che assume oggi, «essendosi abbassata l'età dell'entrata nella delinquenza ed essendo aumentato il numero dei reati commessi da ragazzi di età inferiore ai tredici anni, e per via del fatto che i loro atti sono sempre più crudeli».Origini della violenza giovanile: disagio sociale, droga e televisionePer i deputati tra i principali fattori che alimentano la delinquenza giovanile vi sono la descolarizzazione, la mancanza di punti di riferimento, la mancanza di comunicazione e di valorizzazione di modelli adeguati all'interno della famiglia, spesso a causa dell'assenza dei genitori. Ma anche problemi psicopatologici legati a violenze fisiche o abusi sessuali da parte di persone dell'ambiente familiare, le carenze dei sistemi educativi nella trasmissione di valori sociali, la povertà, la disoccupazione, l'esclusione sociale e il razzismo. Altri fattori decisivi sono inoltre la marcata tendenza all'imitazione presente nei giovani, i disturbi della personalità legati al consumo di alcol e stupefacenti. Per i deputati, infatti, l'aumento del consumo di cannabis e di altre droghe e/o di alcol da parte degli adolescenti «va messo in relazione con l'aumento della delinquenza giovanile». Ma a loro parere, alla delinquenza giovanile concorre anche l'offerta, da parte dei mezzi di comunicazione, di taluni siti Internet e dei videogiochi, «di modelli che esaltano una violenza gratuita, eccessiva e ingiustificata». «L'enorme quantità di scene di una violenza estrema e di materiale pornografico che viene diffusa da mezzi di comunicazione e da mezzi audiovisivi», come i giochi, la televisione e Internet, come anche lo sfruttamento, da parte dei mass media, dell'immagine di minori delinquenti e vittime, per i deputati, «sfiorano spesso la violazione dei diritti fondamentali del bambino e contribuiscono a diffondere una banalizzazione della violenza».Coesione sociale e ruolo della famigliaPer il Parlamento è fondamentale che tutte le parti interessate della società partecipino direttamente alla programmazione e all'attuazione di una strategia nazionale integrata, in ambito scolastico, sociale, familiare e educativo, che contribuisca alla trasmissione dei valori sociali e civici, e alla socializzazione precoce dei giovani. A suo parere occorre anche che «la famiglia, gli educatori e la società trasmettano ai giovani determinati valori fin dall'infanzia». Per porre in atto azioni intese a lottare in modo radicale contro la delinquenza giovanile, è inoltre indispensabile poter disporre di risorse finanziarie sufficienti. E' poi necessario definire una politica incentrata su una migliore coesione politica e sociale, volta a ridurre le disparità sociali e a lottare contro l'esclusione sociale e la povertà. La prevenzione della delinquenza giovanile richiede quindi politiche pubbliche in settori come l'alloggio, l'occupazione, la formazione professionale, le attività del tempo libero e gli scambi di giovani. Occorre poi rafforzare il ruolo e valorizzare sotto il profilo qualitativo i centri giovanili quali luoghi di scambio tra giovani.Il Parlamento sottolinea ruolo specifico che è assegnato alla famiglia in ogni fase della lotta contro la delinquenza giovanile. Chiede quindi gli Stati membri di predisporre un sostegno adeguato per i genitori (che in taluni casi dovrebbero essere maggiormente responsabilizzati), e li incoraggia a prevedere l'istituzione di un congedo parentale di un anno, che consenta di privilegiare la prima educazione dei figli. Dovrebbero inoltre fornire particolare sostegno alle famiglie che devono far fronte a problemi economici e sociali, ad esempio con l'adozione di provvedimenti volti a soddisfare esigenze essenziali e con azioni volte a garantire un accesso equo al mercato del lavoro e alla vita sociale. Gli Stati membri sono anche invitati a mettere a disposizione le risorse necessarie per ampliare in modo efficace l'offerta di consulenza psicosociale, prevedendo fra l'altro punti di contatto per le famiglie che sono interessate dalla delinquenza giovanile.Il ruolo della scuolaI deputati sottolineano poi il ruolo particolare della scuola nella formazione della personalità dei bambini e degli adolescenti. Al riguardo, rilevano che due caratteristiche fondamentali della scuola di oggi - il multiculturalismo e l'accentuazione delle differenze fra classi sociali - possono portare a fenomeni di violenza all'interno delle scuole, soprattutto in mancanza di adeguate strutture di intervento, sostegno e approccio degli allievi al sistema educativo. In tale contesto, la relazione invita gli Stati membri a impartire alle autorità scolastiche le opportune direttive per introdurre in ambito scolastico organi di mediazione cui parteciperanno alunni, genitori, insegnanti e servizi competenti degli enti locali. Il Parlamento ritiene poi assolutamente necessario fornire un'adeguata formazione agli insegnanti affinché possano essere in grado di gestire l'eterogeneità delle classi, sviluppare un'attività pedagogica «basata non sul moralismo, bensì sulla prevenzione e sulla solidarietà». Nella politica in materia di istruzione gli Stati membri dovrebbero introdurre la prestazione di un particolare sostegno psicologico e di consulenza ai minori che denotano problemi di socializzazione. Ma occorre anche prevedere la possibilità di fornire assistenza medica in ogni scuola, la nomina di un assistente sociale, di un sociologo-criminologo, di un pedopsichiatra e di esperti in materia di delinquenza giovanile.Vanno poi garantiti rigorosi controlli per quanto riguarda il consumo di alcol e l'uso di sostanze stupefacenti da parte degli alunni, ed è necessario lottare contro ogni forma di discriminazione nei confronti di membri della comunità scolastica. In proposito, i deputati osservano che «persino i cortili delle scuole, anche nei quartieri favoriti, sono divenuti zone di non diritto», dove è offerta droga e si procede a violenze, anche con armi bianche, e a racket di diverso tipo, si svolgono giochi pericolosi come l'happy slapping, «ossia il trasferimento su siti Internet di foto di scene di violenza riprese con i telefoni cellulari». Si dovrebbe anche procedere alla nomina di un mediatore che faccia da collegamento tra la scuola e la comunità, e promuovere la cooperazione tra le varie comunità scolastiche per quanto riguarda l'ideazione e l'attuazione di programmi contro la violenza.Mass media: rischi e opportunitàIl Parlamento sottolinea inoltre che i mezzi di comunicazione di massa possono svolgere un ruolo importante per quanto riguarda la prevenzione del fenomeno della delinquenza giovanile. In particolare, assumendo iniziative di informazione e di sensibilizzazione del pubblico, come pure fornendo trasmissioni di elevata qualità, che promuovano il contributo positivo dei giovani alla società. I media dovrebbero però limitare la diffusione dell'uso della violenza, della pornografia e del consumo di sostanze stupefacenti, e ciò sulla base di accordi da inserire in una "guida" per la tutela dei diritti dei minori. A tale proposito, i deputati invitano gli Stati membri e le competenti autorità di regolamentazione «a dare un'attuazione rigorosa e assoluta» alla legislazione comunitaria e nazionale relativa alla segnalazione del contenuto delle trasmissioni televisive e di altri programmi che possono contenere scene di particolare violenza o inadatte ai minori. Limitare il ricorso a pene detentiveIn materia giudiziaria, il Parlamento sottolinea l'importanza di sviluppare negli Stati membri misure che prevedano pene alternative alla reclusione e di carattere pedagogico e dando ampia scelta al giudice nazionale, come ad esempio l'offerta di un lavoro socialmente utile, il risarcimento e l'intermediazione con la vittima nonché corsi di formazione professionale, in funzione della gravità del delitto, dell'età del delinquente, della sua personalità e maturità. L'incarcerazione, cui si deve ricorrere solo in ultima istanza, dovrebbe inoltre aver luogo «in infrastrutture adeguate ai minori delinquenti».Gli Stati membri sono inoltre invitati a adottare nuovi provvedimenti innovativi di approccio giudiziale, «come la diretta partecipazione dei genitori o dei tutori del minore al procedimento penale», accompagnata da un approccio pedagogico o da un sostegno psicologico intensivo, la possibilità di scegliere una famiglia di adozione e l'assistenza e l'informazione ai genitori, agli insegnanti e agli alunni in caso di comportamento violento manifestato in ambito scolastico. I deputati ricordano d'altra parte che lo svolgimento della procedura giudiziaria e la sua durata, la scelta della misura da adottare nonché la sua esecuzione ulteriore «devono essere guidati dal principio dell'interesse superiore del bambino». Verso una strategia europeaIl Parlamento raccomanda agli Stati membri di procedere con urgenza, in cooperazione con la Commissione, all'elaborazione e all'adozione di una serie di norme minime e di principi guida comuni a tutti gli Stati membri in materia di delinquenza giovanile, incentrate su tre pilastri fondamentali: prevenzione, provvedimenti giudiziari e extragiudiziari, nonché riabilitazione, integrazione e reinserimento sociale. L'obiettivo di un approccio europeo comune deve consistere nel definire modelli di intervento volti a fronteggiare e a gestire la delinquenza giovanile, mentre il ricorso a misure detentive e a sanzioni penali dovrebbe avvenire solo in ultima istanza e quando ciò sia giudicato assolutamente necessario.La Commissione e gli Stati membri sono invitati ad attivare, in una prima fase, gli strumenti e i programmi europei già esistenti, inserendovi azioni per il contenimento e la prevenzione del fenomeno della delinquenza giovanile e prevedendo anche il regolare reinserimento sociale degli autori e delle vittime. In proposito, i deputati citano, fra gli altri, il programma speciale "Prevenzione e lotta contro la delinquenza" (2007-2013), che si pone gli obiettivi fondamentali di prevenire la criminalità e proteggere le vittime, il programma speciale "Giustizia penale" (2007-2013), per la promozione della cooperazione giudiziaria in materia penale, il programma DAPHNE ΙΙΙ per combattere la violenza contro i bambini e i giovani, il programma "Gioventù in azione" (2007-2013), nonché le azioni del Fondo sociale europeo e del programma Equal in materia di potenziamento dell'inserimento sociale e di lotta contro le discriminazioni. Il Parlamento ribadisce poi l'importanza dell'eliminazione della violenza dai mezzi di comunicazione e nella promozione dei mezzi audiovisivi la cui programmazione non sia incentrata esclusivamente su programmi violenti. E, pertanto, chiede che vengano fissate norme europee intese a limitare la diffusione della violenza sia nei mezzi di comunicazione audiovisivi che nella stampa scritta. Inoltre, invita la Commissione ad estendere le norme pertinenti della direttiva "Televisione senza frontiere" al settore della telefonia mobile e di Internet. Sottolinea poi che l'informazione e l'avvertenza in merito ad una navigazione sicura su Internet e ad un utilizzo sicuro dei telefoni cellulari «dovrà in futuro formare oggetto di proposte concrete della Commissione che siano vincolanti su scala europea».Il Parlamento ha respinto la proposta di istituire un Osservatorio europeo sulla delinquenza giovanile. D'altra parte, chiede alla Commissione di incoraggiare l'istituzione di un numero verde gratuito a livello europeo per i bambini e gli adolescenti con problemi, «in quanto questi sistemi possono apportare un importante contributo alla prevenzione della delinquenza giovanile». Sottolinea, inoltre, l'esigenza di una stretta cooperazione e della creazione di una rete tra tutte le autorità e di polizia a livello nazionale e comunitario relativamente alle indagini e alla soluzione di casi di bambini scomparsi vittime delle delinquenza giovanile.I deputati invitano infine la Commissione a presentare un programma quadro comunitario integrato, che preveda misure preventive a livello dell'UE, un sostegno alle iniziative delle ONG e alla cooperazione transnazionale, il finanziamento di programmi pilota a livello regionale e locale che si fondino sulle migliori prassi nazionali e si propongano di diffonderle in tutta Europa, e rispondano nel contempo alle necessità in materia di infrastrutture sociali e pedagogiche.
Katerina BATZELI (PSE, EL)Relazione sulla delinquenza giovanile

giovedì 11 settembre 2008

Lettera aperta del mio amico Salvatore Crisafulli


Lettera al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
"Sono stanchissimo di lottare ed optare ancora per la vita"
Carissimo Presidente Berlusconi, scrivo a lei che considero "la mia ultima spiaggia". Sono un uomo che vive da paralizzato, la mia patologia viene definita Sindrome Assimilabile alla Locked.in ovvero "uomo incatenato" o meglio ancora "uomo imprigionato", imprigionato nel mio stesso corpo. Mi sento murato vivo, vivendo in un abisso. Potrà capire le mie angoscianti e terrificanti pene: questa patologia comporta la totale paralisi del mio corpo. A differenza di chi vive in Stato Vegetativo (io lo sono stato), sono riuscito a recuperare la coscienza e a comunicare il mio pensero con il computer grazie a un sofisticato software muovendo lo sguardo, la testa e in particolare gli occhi.
Mi chiamo Salvatore Crisafulli (disabile gravissimo), 43 anni, di Catania, e sono stato vittima di uno spaventoso incidente stradale avvenuto a Catania la mattina dell’11 settembre del 2003. Sono entrato subito in coma e successivamente in stato vegetativo permanente (almeno così sentenziava la scienza medica per due anni). Poi, incredibilmente, nel 2005 riesco a raccontare che dopo circa sette mesi dal trauma (quando per i medici ancora ero in stato vegetativo) ho ripreso coscienza e sentivo e capivo tutto, sentivo ed avvertivo anche di avere fame e sete, ma non riuscivo a dimostrarlo perché non potevo muovermi e i medici erano convinti che fossi un vegetale (in pratica una foglia d'insalata), vivevo nel terrore.
Oggi invece assaporo i gusti del cibo perché vengo nutrito dalla bocca. La mia terrificante e allucinante odissea è stata trascritta anche in un libro, dal titolo “Con gli occhi sbarrati”.
Durante il grande dibattito sulla "dolce morte" chiesta ripetutamente da Piergiorgio Welby, fui costretto a scrivere una lettera indirizzata allo stesso Welby, supplicandolo (inutilmente) di lottare per la vita. Gli dissi: "Ti supplico non chiedere la morte, ma combatti insieme a me per la vita".
Ottenni una risposta veramente straziante "Uno Stato che non ha pietà di me, che non sa ascoltare la mia voce, sarà meno capace di ascoltare la tua. Uno Stato che saprà rispettare le scelte di fine vita, sarà più capace di rispettare le tante straordinarie vite che siamo". Parole oggi da me condivise.
Sono stato protagonista di numerosi appelli, in particolare per la vita, ed anche per dimostrare che lo Stato Vegetativo è vita.
Lo scorso mese di Marzo sono stato protagonista e promotore di una protesta denominata: "contro l'eutanasia passiva dello Stato italiano" iniziando uno sciopero della fame e rifiuto delle cure, per mancanza di assistenza e di applicazione di varie leggi sui disabili gravissimi (eravamo in 90).
Protesta sospesa dopo aver ricevuto una lunghissima e toccante lettera (che le allego) dall'ex Ministro della Salute, Livia Turco.
Lo scorso 8 Aprile (i media sordi e muti) dopo una mia missiva al Capo dello Stato (nella quale chiedevo che si aprisse un dibattito sulla nostra condizione e sulla mancata attuazione di varie leggi che garantiscono il diritto alla salute sancito dalla Costituzione) ricevetti una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in cui ribadiva di sollecitare un confronto sensibile e un chiarimento responsabile su quella questione eticamente delicata, e di richiamare l'attenzione sul bisogno di maggiore intensità di cura e di assistenza per le persone che lottavano per la vita, richiamando anche il diritto al voto dei disabili intrasportabili. Cosa assolutamente infattibile in Sicilia. (Si allega lettera del Capo dello Stato, e del suo Segretario).
Le devo far presente che il Capo dello Stato non ha fatto per me come per Piergiorgio Welby. Per lui si aprì un grande e devastante dibattito e il suo caso, portato davanti a tutta la classe politica, è diventato di dominio pubblico. Cosa che non è avvenuto sul mio e degli altri invalidi come me: al nostro appello pubblico, ha risposto in forma privata.
Ad oggi, nonostante abbia ricevuto la lettera del Capo dello Stato, è cambiato poco e nulla, una delusione veramente inaccettabile.
Sono stanchissimo di lottare e optare ancora per la vita.
Caro Presidente fino ad oggi io amo la vita, la morte per me rappresenta veramente un orrore, lei è la mia ultima spiaggia da percorrere.
Sono stanco e stufo di aspettare. Se anche lei non mi dà ascolto, la mia voglia di vivere cessa di avere efficacia. Passano i giorni, i mesi e gli anni, ed è sempre tutto uguale.
Per far sentire la mia voce “silenziosa”, ho bisogno veramente del suo aiuto.
Nel mio cuore e nella mia mente esistono due grandi sogni: il primo è quello di poterla incontrare per poter trascorrere un giorno insieme, chiedendogli di guardarmi intensamente negli occhi e mettersi nei miei panni, sono pronto a farmi trasportare anche a casa sua per un incontro, anche in forma privata.
La supplico mi faccia questo grande dono, un dono che solo lei può regalarmi, sarà sicuramente e senza ombra di dubbio il più grande regalo della mia vita, per me e tutta la mia famiglia.
L'altro mio sogno è andare in America, anche come cavia per essere sottoposto alla nuova tecnologia scientifica americana, la ossigeno terapia iperbarica (già con la mia famiglia ci siamo interessati per organizzare un mio viaggio negli Usa, ma ci vogliono tanti soldi).
I mass media si concentrano ripetutamente e con accanimento solo su chi chiede l'eutanasia senza poi andare in fondo al problema, le discussioni si infiammano sui giornali e nelle tv, quando vengono sollevati casi come quello di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro.
Non può il diritto di morire diventare la nuova frontiera dei diritti umani.
Se lo Stato riuscisse a garantire pienamente la tutela della vita, in ogni fase della malattia e della disabilità ed anche nella fase insostenibile, credo non esisterebbe alcun fenomeno di eutanasia. Certo, poi, quando, si arriva alla disperazione (come, attualmente, nel mio caso), si spegne quella fiamma della speranza, che, non trovando concrete risposte assistenziali, sfocia in una domanda di eutanasia e di fine vita.
Di solare evidenzia sembra che lo Stato Italiano (in particolar modo la sinistra) sia orientato al riconoscimento del diritto di morire, evidentemente non conviene spendere soldi per chi vive da paralizzato, in particolar modo nella propria casa.
Presidente, le ripeto che la dolce morte trova spazio dove c’è disperazione, dove c’è un grande senso di abbandono e di sofferenza. Dove, invece, c’è volontà di vivere le cose stanno in modo inverso. Nessuno se non come me, potrà mai capire.
Da svariati anni non esiste una intensa e continuativa assistenza, non esiste e non vengono applicati gli aspetti sociali, esistono varie leggi come la 328 e la 162 non recepita dalla Regione Sicilia.
Esiste invece la burocrazia, il menefreghismo, l'abbandono e l'indifferenza totale da tutte le istituzioni competenti, nessuno sa niente, nessuno agisce, nessuno si muove.
Esiste un grandissimo divario tra Nord e Sud del Paese! In Lombardia e in Veneto ci sono persone nelle nostre stesse condizioni a cui non manca (quasi) niente, in Sicilia manca tutto.
Il mio e nostro dramma non può essere più sottotaciuto, io non ce la faccio più.
In Sicilia tutti nascondono il mio caso, non importa il passato, quello che oggi importa è il presente e il futuro, voltiamo una volta per tutte pagina.
Ad oggi non chiedo l'eutanasia, chiedo di vivere dignitosamente ma se le mie richieste non verranno soddisfatte, con strazio e sofferenza chiederò pubblicamente di porre fine alla mia esistenza incaricando una persona a me tanto cara, di soddisfare le mie richieste, di essere trasportato in un altro luogo, lontano dalla Sicilia, (stabilendo tempi e modalità) e, ove necessita, effettuare una registrazione video. Se riusciremo in tempo mi piacerebbe incontrare alcuni personaggi sparsi per l'Italia che in quest'ultimo periodo mi sono stati veramente vicini.
Mi dispiace per tutte quelle persone che credevano in me e nella mia lotta per la vita.
Mi dispiace per tutte quelle persone che in questi lunghi anni di sofferenza mi hanno veramente sostenuto, inviandomi anche numerose lettere.
Mi dispiace per tutti i fratelli ed i loro familiari che vivono nelle mie stesse condizioni (anche peggio), a loro chiedo scusa e perdono.
Ma soprattutto e in particolare mi dispiace per la mia onorata e splendida famiglia. Mamma perdonami, d'altronde sei già molto sofferente e ammalata e lo sai che non hai più le forze per accudirmi amorevolmente.
Perdonatemi tutti, ma io non riesco a sopportare questa lunga ed atroce sofferenza di Stato.
La supplico di prendermi in considerazione, non voglio essere trattato come un malato terminale, voglio essere assistito adeguatamente, ci vuole una nuova coscienza civile di questo gravissimo problema lungamente messo da parte, perché a tutti potrebbe capitare il mio stesso inconveniente.
Caro Presidente in attesa del mio più grande sogno (incontrarla), le invio i miei saluti e mi affido alla sua parola, ringraziandola anticipatamente per l’attenzione e la disponibilità.
Catania dal 26 al 31 Agosto 2008
Salvatore Crisafulli
Resa pubblica il 5 Settembre 2008

Lettera Aperta
Antologia del disagio a cura di Costantino Liquori